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Ero un violento, ma sono cambiato

EETech
Jan 20, 2012, 7:20 PM 0

Narrato da Jose Antonio Nebrera

COSA spinge un uomo a diventare violento? So bene cos’è la violenza, perché da bambino l’ho provata sulla mia stessa pelle. Mio padre faceva parte della Guardia Civile spagnola, un corpo di polizia militare noto per la sua severa disciplina. Anche lui era stato spesso picchiato dal padre e non aveva fatto altro che seguirne l’esempio. Puntualmente mio padre me le dava di santa ragione con la cintura. Per di più continuava a darmi dello stupido, mentre stravedeva per la mia sorellina. Mia madre, che temeva le ire di mio padre, faceva ben poco per alleviare il senso di frustrazione che provavo a causa della disparità di trattamento e per darmi l’affetto di cui avevo bisogno.

Quando ero a scuola con gli altri bambini, vivevo in un mondo tutto mio, in cui mi sentivo molto più felice. Agli occhi degli altri probabilmente sembravo un bambino allegro e spensierato. Ma era tutta una parvenza. Cercavo solo di mascherare le mie paure e la mia rabbia. Al termine della giornata, percorrendo lentamente la strada di casa, ritornavo alla triste realtà col timore di ricevere altri insulti o essere picchiato.

Jose a 13 anni

A 13 anni, quando entrai nel collegio dei gesuiti

A 13 anni mi sottrassi a quell’ambiente in cui non c’era amore entrando in un collegio dei gesuiti. Per un po’ presi in considerazione la possibilità di diventare sacerdote. Ma quella scuola non contribuì molto a dare un senso alla mia vita. Dovevamo alzarci alle cinque del mattino per fare una doccia fredda. Il resto della giornata era scandito da un programma austero che consisteva di studio, preghiera e funzioni liturgiche, il tutto intervallato solo da brevi periodi di riposo.

Anche se noi studenti dovevamo leggere le narrazioni della vita dei “santi”, la Bibbia non era inclusa nei programmi di studio. L’unica Bibbia che avevamo a disposizione era conservata in una teca di vetro, e per leggerla era necessario ottenere un permesso speciale.

Durante il terzo anno il rigido programma includeva l’autoflagellazione, i cosiddetti “esercizi spirituali”. Nel tentativo di sfuggire a quel supplizio mi ingozzavo di cibo per indurre il vomito. Ma non serviva a niente. Dopo quasi tre anni non ne potevo più. Scappai dal collegio dei gesuiti e tornai a casa. Avevo 16 anni.

In cerca di avventura

Al mio ritorno a casa cominciai a praticare la boxe e la lotta. Riuscire in questi sport violenti mi faceva sentire qualcuno, ma per via della mia prestanza mi veniva naturale usare la forza per impormi, proprio come aveva fatto mio padre.

Comunque, quando avevo 19 anni accadde qualcosa che portò un po’ di dolcezza nella mia vita. Conobbi Encarnita, e nove mesi dopo la sposai. Lei vedeva solo quella parte di me, garbata, gentile e felice, che appariva esteriormente. Non immaginava neanche il grande dolore che mi portavo dentro. Presto, però, la mia rabbia venne fuori. Successe poco tempo dopo la nascita del nostro primo figlio, quando ricevetti la chiamata alle armi.

Senza pensarci due volte, un po’ perché non volevo il classico taglio di capelli da militare, un po’ perché ero in cerca di avventura, mi arruolai come volontario nella Legione Straniera Spagnola. Sognavo di trovare la libertà nel deserto del Marocco e di prendere parte a missioni speciali ad alto rischio. Per di più la cosa sembrava offrirmi l’opportunità di sottrarmi alle responsabilità familiari. Ma in realtà servì solo a far emergere la parte peggiore di me.

Ebbi subito dei problemi con un sergente enorme e brutale, il quale provava piacere nel maltrattare le nuove reclute. Odiavo le ingiustizie e non mi dispiaceva fare a botte quando pensavo che fosse per una giusta causa. Una mattina, durante l’appello, il sergente fraintese una mia battuta. Appena fece per colpirmi, gli afferrai il braccio e con una mossa lo atterrai. Gli tenni la mano inchiodata a terra, temendo che se avessi lasciato la presa avrebbe estratto la pistola per spararmi.

A motivo di quell’episodio andai a finire per tre mesi in un plotone di soldati in punizione. Mi ritrovai in una stanza piccola e spoglia assieme ad altri 30. Per tutto il tempo non potei neanche cambiarmi i vestiti. Il sergente del plotone era un sadico e si divertiva a frustarci. In un’occasione, comunque, minacciai di ucciderlo se mi avesse toccato, così mi ridusse la punizione da 30 frustate a 3. Ero diventato duro tanto quanto i miei aguzzini.

Missioni segrete

Durante l’addestramento nella legione straniera decisi d’impulso di mettermi a disposizione per altre “avventure”. Neppure stavolta avevo idea di come sarebbero andate a finire le cose. Ricevetti il classico addestramento delle squadre d’assalto, il che includeva imparare a maneggiare armi ed esplosivi d’ogni genere. Poi fui mandato a Langley, in Virginia (Stati Uniti), per completare la mia preparazione con agenti segreti della CIA.

Nel giro di poco tempo entrai a far parte di una squadra che agiva sotto copertura. Negli anni ’60 presi parte a diverse missioni segrete. Partecipai ad alcune operazioni nell’America Centrale e nel Sudamerica contro trafficanti di droga e di armi. Quando li trovavamo, avevamo l’ordine di “liquidarli”. Mi vergogno di dire che sono stato coinvolto in prima persona in queste operazioni. Facevamo prigioniero solo chi poteva fornirci informazioni.

Jose in uniforme

Nel 1968, all’uscita dell’ufficio della legione straniera dopo il congedo

In seguito fui incaricato di spiare alte cariche dell’esercito spagnolo per scoprire se qualcuno era contrario alla dittatura del generale Franco. Inoltre tenevamo sotto controllo alcuni oppositori del regime franchista che vivevano in Francia. Il nostro obiettivo era rapire i dissidenti di spicco e portarli in Spagna, presumibilmente per eliminarli.

Nell’ultima operazione a cui partecipai mi fu chiesto di mettere insieme un commando di mercenari per realizzare un colpo di stato in una piccola nazione dell’Africa. Avevamo l’ordine di assaltare le caserme della capitale e prendere il controllo del palazzo presidenziale. Secondo i piani, invademmo il paese nel cuore della notte e completammo la missione in appena quattro ore. Tre dei miei compagni persero la vita nei combattimenti assieme a decine di soldati “nemici”. Io stesso partecipai alle uccisioni.

Quell’esperienza traumatica cominciò a tormentarmi. Non riuscivo a dormire perché ero costantemente assalito da incubi in cui trucidavo i nemici nel combattimento corpo a corpo e vedevo lo sguardo terrorizzato di chi stavo per uccidere.

Decisi che non avrei mai più partecipato ad alcuna missione. Pertanto consegnai alle autorità militari tutta la documentazione in mio possesso e ottenni il congedo. Comunque, tre mesi dopo, i miei superiori mi richiamarono per altre operazioni di spionaggio. Fuggii in Svizzera e alcuni mesi più tardi fui raggiunto a Basilea da mia moglie Encarnita, la quale ignorava completamente che fossi un agente segreto.

La vecchia personalità è dura a morire

Durante i tre anni in cui avevo prestato servizio nell’esercito, Encarnita aveva iniziato a studiare la Bibbia con i testimoni di Geova in Spagna. Mi disse che aveva trovato la verità intorno a Dio e il suo entusiasmo mi contagiò. Ci mettemmo subito in contatto con i Testimoni in Svizzera e iniziammo a studiare la Bibbia insieme.

Ero felice di conoscere il proposito di Dio e avevo il desiderio di conformare la mia vita ai princìpi biblici. Ma fare i cambiamenti necessari si rivelò difficile, specialmente in relazione alla mia personalità aggressiva. Ad ogni modo, amavo quello che imparavo e, dopo pochi mesi di studio, cominciai a chiedere con insistenza di partecipare al ministero di casa in casa dei testimoni di Geova.

Pian piano, con l’aiuto di Geova, imparai a padroneggiarmi e infine io ed Encarnita ci battezzammo. All’età di 29 anni fui nominato sorvegliante nella congregazione.

Nel 1975 decidemmo di ritornare in Spagna. Ma l’esercito non si era dimenticato di me; fui convocato e mi fu chiesto di partecipare a un’altra missione speciale. Anche questa volta, per evitare problemi, fuggii subito in Svizzera, dove vissi con la mia famiglia fino al 1996, anno in cui facemmo definitivamente ritorno in Spagna.

Ora ho un figlio e una figlia sposati e due nipoti, tutti servitori di Geova. Inoltre, nel corso degli anni ho potuto aiutare 16 persone a conoscere Geova, tra cui un giovane che in precedenza era sceso in strada più volte per partecipare a proteste violente nella Spagna settentrionale. E questo mi ha riempito di soddisfazione.

Più e più volte ho pregato Dio perché mi aiutasse a ripudiare il mio passato violento e a trovare sollievo dai miei incubi ricorrenti. Nella mia lotta per fare ciò che è giusto, ho prestato ascolto al consiglio riportato in Salmo 37:5: “Rotola su Geova la tua via, e confida in lui, ed egli stesso agirà”. Geova ha mantenuto questa promessa. Mi ha aiutato a non essere più violento. Per me e la mia famiglia questa è stata una grande benedizione.

Jose ed Encarnita

Oggi assieme a mia moglie Encarnita

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